Un lavoro solitario e ripetitivo…?

Freelancers, italiano, lingue straniere, spagnolo, tecniche traduttologiche, Traduzione

Inizialmente non volevo essere una traduttrice. Volevo lavorare con le lingue straniere, conoscere una marea di gente tutti i giorni, viaggiare e vedere il mondo. Volevo essere una specie di interprete itinerante senza meta, che trottava come una trottola.

Poi arrivò il primo approccio alla traduzione scritta e il primo pensiero che saltò nella mia mente fu: che noia. Mamma mia, che noia mortale. Poi non mi piacciono neanche i computer… No, no. Non fa per me.

Bè direi che le cose sono un po’ cambiate da qualche anno a questa parte.

Adesso lavoro da casa, gestisco i miei orari (che non sempre è un bene, credetemi!) e non ho un granché di “vita socioprofessionale” propriamente detta, quella classica tra colleghi, che si ritrovano ogni tanto a bere un caffè insieme o che organizzano una cena il sabato sera. Ma non mi sento mai sola. Ad essere sinceri, sono sempre in compagnia: appartengo a liste di traduttori, a fori di dibattito, utilizzo Twitter, Facebook e LinkedIn, e sono una vera aficionada di Skype, che spesso richiama la mia attenzione riportandomi sulla terra dal mio mondo parallelo.

Insomma, sono circondata da un entourage professionale assolutamente variopinto, che riempie le mie giornate lavorative in maniera totale.

Poi chiaramente c’è il lavoro vero e proprio, quello che mi costringe a stare con gli occhi fissi sullo schermo tutto il giorno… E che semplicemente adoro.

Durante i miei anni universitari mi era stato consigliato caldamente di specializzarmi, di scegliere un ramo specifico che mi piacesse e di buttarmici a capofitto: medicina, biologia, chimica, turismo, letteratura, poesia, e chi più ne ha più ne metta. Mi erano entrate strane voglie di iniziare un master, spendere i miei 2, 3, forse 4 mila euro di immatricolazione, ritrovandomi poi nello stesso punto di partenza, in quella stramaledettissima fase in cui ognuno di noi deve dire: bene, adesso è davvero giunta l’ora di iniziare. Tanto prima o poi bisogna pur fare il passo, no? E allora perché aspettare.

Non dico che iscriversi a un corso post-laurea sia negativo, fa sempre bene continuare la nostra specializzazione e aggiornarci costantemente, ma personalmente non ne potevo più di libri da studiare e corsi da seguire; avevo voglia di vedere realmente che aria tirava nell’ambiente traduttologico italiano (e internazionale, ovviamente). Perciò, senza infiocchettare troppo il mio curriculum e senza dichiarare false specializzazioni nel mio profilo professionale, mi sono lanciata.

Dopo non troppi mesi sono riuscita a specializzarmi e a toccare un’infinità di testi diversi, appartenenti ai più svariati ambiti; alcuni estremamente noiosi (e aiutatemi a dire noiosi), altri stimolanti e creativi.

Ho dovuto ri-scrivere articoli di riviste di moda, informazioni turistiche di luoghi incredibili, sono dovuta diventare un’appassionata di carte collezionabili virtuali immedesimandomi in affascinanti personaggi fantasy, ho dovuto redigere descrizioni di prodotti estremamente tecnici e di altri più dozzinali, ho dovuto tradurre menu di ristoranti che mi hanno fatto venire una voglia incredibile di prendere un aereo e di andare ad assaggiare le pietanze descritte di persona, sono dovuta diventare una piccola creatrice di apparecchi ortodontici, spiegando ai veri professionisti il loro lavoro, mi sono dovuta appassionare all’acquariologia, ho dovuto correggere e riscrivere traduzioni, e ricevere correzioni di altrettante mie traduzioni, oltre a fare innumerevoli test per nuove agenzie e mettermi a lavorare anche alle 11 di sera per non dire (quasi) mai di no ai miei migliori clienti.

…Credete ancora che questo lavoro sia un semplice lavoro casalingo, solitario e anche piuttosto monotono? Spero di avervi convinto del contrario.

Chiaramente non sono tutte rose e fiori, ho avuto anch’io i miei momenti in cui il mio unico desiderio era quello di prendere il mio amatissimo computer portatile e scaraventarlo fuori dalla finestra, proprio nei casi in cui ti ritrovi a sentirti così:

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Ho anche pianto per un’ora, una sera. Ero andata nel pallone e mi ero completamente immobilizzata su un paragrafo di un testo lungo, difficile, specializzatissimo e con consegna tassativa per poche ore dopo. Guardavo le piccole parole illuminate sullo schermo e non capivo assolutamente niente di quello che volevano dire. Nulla. Zero assoluto. Erano lì, e avevo come la sensazione che si stessero prendendo gioco di me in un certo qual modo. Non vedevo via d’uscita, dovevo consegnare e non potevo di certo dire: “guarda, traduciti te questa frase da solo perché sai com’e, non ci capisco assolutamente un fico secco”. Non puoi fare così quando sei un traduttore professionista. L’unica soluzione? Staccarti dallo schermo, piangere un po’ se proprio devi, fare un bel respiro, prenderti cinque-dieci minuti di pausa, fare due coccole al cane, magari portarlo un po’ a spasso e ritornare nella fossa del leone non appena senti che la tua mente si è rigenerata un po’. Bè, in effetti questa tecnica a me funziona quasi sempre: non appena rimisi gli occhi sulla dannatissima frase, sentii letteralmente le campane suonare. E allora vai con le risate! E i salti! E gli abbracci alle persone accanto a te che magari avevi mandato a stendere dieci minuti prima! E vai avanti…

Un consiglio per cercare di affrontare al meglio situazioni simili?

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Fortunatamente non tutti i progetti presentano queste particolari caratteristiche; la maggior parte delle volte riesco a finire bene la mia giornata lavorativa, senza correre il rischio di danneggiare la testa di nessun passante che cammini sotto la mia finestra con computer volanti. Ma prima di arrivare a quel punto è sempre meglio prendere le dovute precauzioni e, poco a poco, imparare a conoscersi.

La specializzazione in uno o due determinati campi specifici, che possono comunque limitare di gran lunga il nostro ventaglio di clienti all’inizio della carriera, non credo sia imprescindibile, anche se bisogna sempre porci dei limiti e non accettare qualsiasi cosa ci venga assegnata a occhi chiusi. Sappiamo che non possiamo superare le 2000 parole al giorno per un testo ultra-mega-superspecializzato di software aziendali dalla lingua inglese a quella italiana? Non possiamo di certo dire di sì a un progetto con consegna urgente per il giorno dopo. Sappiamo che possiamo superare quel numero di parole? Consideriamo sempre le ore necessarie per la revisione del nostro testo, che molto spesso superano quelle della traduzione e poi comunichiamo al cliente la nostra decisione. Personalmente il mio modus operandi è il seguente:

1. Lettura del testo originale (anche paragrafo per paragrafo)

2. Traduzione (che può andare da una media di 250 parole dei testi più complessi a un massimo di 600 parole all’ora per i testi più divulgativi e con un vocabolario non eccessivamente complicato o da me abbastanza conosciuto)

3. Revisione in parallelo (lettura del paragrafo nel testo sorgente e lettura della relativa traduzione in italiano, con eventuali correzioni nel caso di errori)

4. Revisione della traduzione (lettura del testo tradotto per controllare che non vi siano errori di stile, difficili da individuare durante la revisione in parallelo)

5. Ultima rilettura (nel caso in cui abbia modificato molto il testo tradotto durante la revisione della traduzione)

È chiaro quindi che il lavoro di traduzione vero e proprio è solamente uno di cinque passi assolutamente fondamentali, che non si possono saltare. Molto spesso mi ritrovo a correggere lavori di traduzione in cui il collega ha saltato perlomeno uno di questi cinque punti… e si vede. Purtroppo le recensioni finali non sono mai positive, e il problema che riscontro sempre è la mancanza di una rilettura finale per lucidare il testo affinché suoni come un documento italiano vero e proprio. E sapete in quali traduzioni riscontro prevalentemente questo problema? Nelle traduzioni in italiano dalla lingua spagnola.

Credo che molte persone si buttino a capofitto in questo mestiere, vendendosi come traduttori IT-ES, per il semplice fatto di sapere la lingua straniera, senza conoscere i metodi traduttologici che servono per riscrivere un testo in italiano dallo spagnolo. La lingua castigliana può essere una grandissima traditrice per noi traduttori, proprio perché è abbastanza simile alla nostra dal punto di vista del lessico, della struttura e della sintassi. Per questo motivo bisogna sempre ricordare di prestare un’estrema attenzione a come riscriviamo quello che il nostro cervello percepisce leggendo il testo originale. La contaminazione linguistica è deleteria e molto pericolosa quando abbiamo a che fare con due lingue che si somigliano tanto, poiché potrebbe realmente compromettere il nostro risultato. In questi casi quindi, il quarto e il quinto passo sono forse i più importanti di tutto il processo traduttologico, forse ancora di più della traduzione vera e propria. Sbagliare in questi punti, può far sì che il lettore finale non capisca assolutamente niente del testo meta.

Tuttavia, se abbiamo seguito degli ottimi corsi di laurea in traduzione, abbiamo un’esperienza fondata e pluriennale e adoriamo la lettura e la scrittura, non dovremmo riscontrare nessun tipo di problema durante il nostro lavoro.

Paura di lanciarsi e di iniziare? È un buon segno. Vuol dire che abbiamo un’innata professionalità e un’ottima deontologia.

Ma ricordatevi sempre che una volta lanciati nel mondo della traduzione (o dell’interpretariato) non esiste via di ritorno… Tuttavia:

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Buon lavoro a tutti! 😀

Immagini: https://www.facebook.com/Lemonfieldtranslations

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