Bianconigli e cappellai matti del paese delle traduzioni

Freelancers, italiano, lingue straniere, Otros artes, Traduzione, Traduzione generale

Alice

Alice o traduttrice?

Ultimamente mi sono arrivate molte mail, in cui studenti e aspiranti professionisti traduttori mi chiedono come iniziare e quale strada intraprendere per poter vivere di traduzione, se è possibile svolgere la professione senza avere intrapreso un certo tipo di percorso scolastico, se si può essere traduttori pur odiando il computer…

 

Ardue questioni, lo ammetto.

Dopo qualche anno dalla mia laurea e dal mio arrivo nel mondo della traduzione, credo di poter affermare di essermi addentrata ben bene nei cunicoli della tana del bianconiglio e di aver scelto di rimanere in questo meraviglioso mondo di cappellai decisamente molto matti (o molto nerd) che è quello delle traduzioni. Quindi è con grande gioia che posso esprimervi un parere per ognuna delle questioni a me presentate, e magari anche di offrire un bel tè virtuale a tutti i miei cari lettori alla fine.

Ma bando alle ciance, andiamo dritti al sodo:

È necessaria una laurea in Traduzione e Interpretariato per svolgere il lavoro del traduttore?

LaureaBeh… Diciamo che tutti noi che ci siamo iscritti, abbiamo studiato e ci siamo laureati in traduzione non l’abbiamo fatto per la gloria, ma per una profonda passione verso le lingue e la professione. Ma capisco la domanda: molti corsi di studi sono stati pensati soprattutto per mangiare soldi alle famiglie e non per aprirti davvero la strada nel mondo del lavoro. Io ho due lauree, una in Lingue e Letterature Straniere conseguita nell’Università degli Studi di Firenze e una in Traduzione e Interpretariato ottenuta nella UCO (Universidad de Córdoba) in Spagna, e posso dire con il cuore in mano che i tre anni spesi per la laurea breve a Firenze non sono serviti a molto, purtroppo. Una volta lanciato il cappello per aria ed essermi messa la corona di alloro non sapevo proprio dove andare a sbattere la testa; sapevo molto bene lo spagnolo grazie alla lettrice che avevamo all’epoca, ma tranne quello e qualche altra nozione di letteratura e filologia non potevo proprio affermare di avere tra le mani una professione da poter svolgere così, su due piedi.

Per questo la mia risposta è , è fondamentale avere una laurea per iniziare senza troppi problemi a essere un traduttore professionista.

Mayday! Mayday! Mi sono laureato ma non so da che parte cominciare!

 Eh caspita, questo sì che è un bel grattacapo. Chi non ci è passato?One-way-or-another

Purtroppo in questo settore siamo tutti amici e concorrenti allo stesso tempo; quindi se sperate che qualcuno vi serva su un bel piatto d’argento (e soprattutto gratis) una lista di possibili clienti è a dir poco impossibile. Perché la questione è proprio questa: trovare clienti. È importante capire che siamo davvero una piccola impresa, e come tale abbiamo bisogno di clienti a cui vendere il nostro prodotto. Quindi su le maniche e via a cercare come matti! Dove? Beh, io da una parte preferisco le agenzie di traduzione; le tariffe posso essere inferiori rispetto ai clienti diretti (anche se dipende sempre da chi stiamo parlando), ma se si lavora bene i progetti sono praticamente garantiti ogni mese. E poi… sareste in grado di fornire una traduzione di 50 mila parole in 6 lingue diverse in una settimana completamente da soli? Se la risposta è no, una buona fetta di grandi aziende potrebbe rimanere esclusa dal vostro portfolio. Quindi la prima cosa da fare è:

– Verificare quante parole riusciamo a tradurre all’ora;

– Moltiplicarle per le ore di lavoro giornaliere che possiamo dedicare a ogni progetto;

– Considerare il massimo totale che possiamo offrire (che credetemi, crescerà nel tempo).

Forse è meglio iscriversi a qualche specialistica-master-dottorato-e-chi-più-ne-ha-più-ne-metta…

masterLo so, lo so, può sembrare politicamente scorretto ma… NO, NO È ANCORA NO. Una laurea sì, procrastinare con la scusa di dover ancora studiare, non essere ancora pronti per entrare nel mondo del lavoro, non sentirsi all’altezza di gestire la propria attività, assolutamente no, sono tutte baggianate che il sistema mangiasoldi Made in USA ha progettato ben bene per ficcare nella testa delle famiglie che se non hai millecinquecento fogli, lauree, diplomi, master, dottorati e via dicendo non potrai mai farcela.

Il mio consiglio? Leggete bene il punto 2, tiratevi su le maniche e buttatevi a capofitto nella tana del bianconiglio: potreste trovare un mondo che mai avevate immaginato.

Odio il computer. Come faccio?

Se non vi piace il computer, ahimè, mi duole dire che questo lavoro a771560072839080703724ef77bc9791probabilmente non farà al caso vostro. Però c’è sempre una luce in fondo al tunnel. Io, ad esempio, lo odiavo. Ma tipo, odiavo-odiavo. Più che spedire una mail e connettermi a qualche social network, nisba, nada, zero assoluto. Poi però capii che nel mondo di oggi sei tagliato fuori da molti settori se ti rifiuti di imparare a usarlo; e così imparai.

Alla fine sei tu e lui, ogni giorno; è lui che ti dà il pane da mangiare, e sei tu che devi coccolarlo, curarlo e rimetterlo a posto quando fa le bizze.

Tirocinio? No, grazie.

unpaid-internship

No, thanks.

Beh, bisogna prendere con riserva questa mia affermazione. Farsi un’esperienza in qualche agenzia prima di partire per il nostro grande progetto può essere molto utile, ma bisogna sempre tenere gli occhi ben aperti dagli impostori. All’inizio della mia carriera ero stata contattata da un’agenzia abbastanza grande italiana per svolgere qualche prova di traduzione (6 o 7 testi molto lunghi, che purtroppo feci senza rendermi conto dell’assurdità della richiesta, complice la mia poca esperienza). Ovviamente, secondo loro, “la qualità della mia traduzione non era abbastanza alta per iniziare a lavorare nella loro agenzia, ma sufficiente per svolgere un magnifico tirocinio nei loro uffici in città”. Chiaramente accettai senza rendermi conto dell’immane fregatura in cui mi stavo cacciando. Dopo 8 ore trascorse a lavorare gratis al loro blog, traducendo contenuti dall’italiano allo spagnolo, il proprietario dell’ufficio mi comunicò che non avremmo firmato un contratto per un impiego del genere, ma che mi avrebbe rilasciato un incredibile certificato alla fine della mia esperienza, come se avessi svolto un corso persso la loro agenzia “così facoltosa nel settore, che sicuramente  avrebbe migliorato il mio CV” (chi è interessato al nome dell’agenzia può scrivermi in privato). Quindi, è davvero necessario impiegare ore, giorni o addirittura mesi in tirocini del genere? Direi proprio di no. Anzi, credo che queste persone siano la rovina del nostro settore; quindi mi raccomando, non sentitevi in colpa di declinare “offerte” del genere, siatene orgogliosi!

 

Si può vivere di traduzione?

A-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e-s-ì. Anche se non dobbiamo mai dimenticare che è un lavoro vero e proprio, che il tempo è denaro e che siamo noi i capi di noi stessi, pertanto:

  • L’orario lo stabiliamo noi: beh, fino a un certo punto. Oggi è domenica e io sto lavorando, dato che domattina alle 8:00 ho una consegna per un cliente. Ho deciso io di dedicare un paio d’ore al mio lavoro oggi pomeriggio e non stamattina, questò sì, ma non ho deciso io i termini di consegna. Quindi il vecchio detto che il freelance ha tutta la libertà del mondo è vero solo in parte.
  • Io sono il capo di me stessa, quindi posso lavorare a oltranza: vero, ma attenzione a non dimenticare altre attività fondamentali per la vita di coppia e non (farsi la doccia tutti i giorni, togliersi il pigiama prima di mezzogiorno, fare tanta, tanta, tanta attività fisica e stare attenti alla posizione di schiena, gambe e polsi). Inoltre non avere un capo che ci controlla o un orario di lavoro prestabilito può portarci a trascorrere innumerevoli ore davanti al pc, o viceversa, a trascurare alcune parti del proprio lavoro per attività di svago (se non abbiamo un progetto di traduzione, non dimentichiamoci del marketing e della ricerca di nuovi clienti!).
  • Dedicare parte del nostro tempo alla contabilità e al controllo delle entrate/uscite: è un altro aspetto da prendere in considerazione, anche se io consiglio sempre di scegliersi un buon commercialista e passare a lui tutta la nostra contabilità alla fine dell’anno per il pagamento delle tasse e per il calcolo dei costi.

Come concludere? Beh, dicendo semplicemente che qualche anno fa mi sono catapultata nell’intrigante tana del bianconiglio, ho iniziato a disegno-di-cappellaio-matto-alice-disney-colorato-600x600

vivere di traduzione e adesso non potrei esserne più felice. Anche se però, come avviene a molti nel settore, vivere nel paese delle meraviglie un po’ il segno te lo lascia… 🙂

Chi vuole una tazza di tè?

Annunci

Avanti tutta! Noi siamo freelance!

Freelancers, Traduzione

Ultimamente dormo poco, lavoro molto e… Continuo a lavorare e a dormire poco. Quando ero all’università non riuscivo a capire a cosa si riferissero i miei professori spagnoli con “tendréis que aprender a organizar bien vuestro tiempo y a desconectar del trabajo, porque ser traductor significa convivir las 24 horas con vuestra labor”. Bè adesso lo so bene.
Un traduttore se non è su Trados a tradurre è su InDesign a disegnare il suo biglietto da visita. Se non è su MemoQ a imparare a usare il programma sta seguendo un corso per imparare una nuova lingua. Se non ce la fa più a studiare dopo anni passati sui libri è su una piattaforma on-line per diventare esaminatore di qualche accademia di lingua straniera internazionale (giusto per allargare ancora di più gli orizzonti). Insomma, è una pseudomacchina-umana tuttofare, che non sa stare davanti alla TV a godersi un film in santa pace.

Ma cosa vogliamo di più di essere dei freak belli e buoni delle lingue in generale?

Ma che dico lingue, freak di qualsiasi cosa che solletichi il nostro interesse!

Per farvi un esempio concreto, in questo momento sto scrivendo sul mio blog, sto guardando un programma di History channel e sto pensando all’agenda della prossima settimana: 16.000 parole di traduzione tecnica su termostati e condotti per climatizzatori, revisione di dio-solo-sa-quante-parole di testi turistici sul settore alberghiero, controllo della qualità di sottotitoli e audio, traduzioni di moda, localizzazione di giochi on-line. Credo che lavorerò anche questa domenica. Ah sì, quasi dimenticavo: corso sul web per diventare esaminatrice di spagnolo. Fino a febbraio.

Devo pensare seriamente di andare da un buon oculista a rifarmi gli occhiali. Perché bè, non si può avere tutto dalla vita: 12 ore davanti allo schermo comporta un minore sex appeal. È così che funziona il gioco.

Ma non voglio dirvi tutte queste belle cose per scoraggiarvi, ma per animarvi a raggiungere i vostri obiettivi.

12565495_772843859482606_7545509764269765510_n

In un mondo dove si sente parlare solo di crisi, e poi ancora crisi, e poi un altro po’ di crisi per terminare con un’altra buona dose di crisi non conviene dormire troppo sugli allori e dare sempre colpa alla crisi di tutti i nostri problemi. Sicuramente la situazione è cambiata dagli anni 90, ma è proprio per questo che dobbiamo tirarci ancora più su le maniche e provare, senza smettere mai.

Chiaramente ci vuole anche un po’ di fortuna nella vita, come in tutte le cose: io ne ho avuta molta, soprattutto all’inizio. Non potrò mai ringraziare abbastanza la mia compagna di avventure accademiche (…e non solo!) Isa: una professoressa di spagnolo modello sivigliana senza la quale non sarei mai riuscita a laurearmi. Poi anche il mio collega Javier, che grazie ai suoi buoni consigli mi ha aperto la strada per entrare in un mondo incredibile.

Perché il bello di questo lavoro è che non è così competitivo come gli altri. Certo, non regaliamo clienti così por la cara (come dicono in spagnolo), ma ci aiutiamo. Hai bisogno di un consiglio professionale? Scrivi in una lista o in un foro on-line (date un’occhiata qua: https://list.cineca.it/cgi-bin/mailman/listinfo/langit), oppure collegatevi al classico Proz. Sei in crisi perché oggi Studio fa le bizze? Apri Skype e cerca qualcuno che ne sa più di te nella tua lista di contatti.

È bello perché lavoriamo da soli, ma non siamo mai soli

Quando le persone mi chiedono che lavoro faccio, la maggior parte di loro rimane un po’ stordita al principio, e scioccata quando affermo che lavoro a casa… “Mamma mia a casa no eh… Uuuuh no no no, ma come fai? Non ti senti sola?”. La mia risposta è sempre la stessa: “Come in tutte le cose ci sono i pro e i contro, i pro ce ne sono a bizzeffe (orari flessibili, organizzazione del lavoro indipendente, colleghi antipatici con i quali non devo convivere mille ore al giorno, capi insopportabili dai quali devo sorbirmi partacce, ecc ecc ecc…) e i contro… bè sì qualche contro c’è (la sgradevole sensazione di sentirti costantemente occupato-disoccupato, la casa che a volte se te cae encima, lo stare molte ore al silenzio più totale, che poi anche il minimo rumore ti sembra un 747 che ti passa proprio accanto al timpano di ambedue le orecchie -poveri mariti/mogli/fidanzati/fidanzate!!!, il tempo, che per te ce ne hai sempre poco, ecc ecc ecc…).

Ma la sensazione di creare qualcosa di tuo dal niente è grandiosa. Un po’ di tempo è necessario, ma alla fine i risultati arrivano, credetemi.

Quindi io sono a favore di spegnere i telegiornali, di non lasciarci influenzare e convincere che siamo solo dei poveracci in un mondo che non ci vuole e di iniziare a darci da fare come dei veri entrepreneur!

Vi lascio con un’altra citazione da una delle mie pagine di Facebook preferite:

12417661_769756866457972_1412636546579713700_n

Spero che questo post vi abbia dato quella piccola spinta che ogni tanto ci vuole per continuare ad andare avanti!

Un saluto a tutti,

Chiara

Un lavoro solitario e ripetitivo…?

Freelancers, italiano, lingue straniere, spagnolo, tecniche traduttologiche, Traduzione

Inizialmente non volevo essere una traduttrice. Volevo lavorare con le lingue straniere, conoscere una marea di gente tutti i giorni, viaggiare e vedere il mondo. Volevo essere una specie di interprete itinerante senza meta, che trottava come una trottola.

Poi arrivò il primo approccio alla traduzione scritta e il primo pensiero che saltò nella mia mente fu: che noia. Mamma mia, che noia mortale. Poi non mi piacciono neanche i computer… No, no. Non fa per me.

Bè direi che le cose sono un po’ cambiate da qualche anno a questa parte.

Adesso lavoro da casa, gestisco i miei orari (che non sempre è un bene, credetemi!) e non ho un granché di “vita socioprofessionale” propriamente detta, quella classica tra colleghi, che si ritrovano ogni tanto a bere un caffè insieme o che organizzano una cena il sabato sera. Ma non mi sento mai sola. Ad essere sinceri, sono sempre in compagnia: appartengo a liste di traduttori, a fori di dibattito, utilizzo Twitter, Facebook e LinkedIn, e sono una vera aficionada di Skype, che spesso richiama la mia attenzione riportandomi sulla terra dal mio mondo parallelo.

Insomma, sono circondata da un entourage professionale assolutamente variopinto, che riempie le mie giornate lavorative in maniera totale.

Poi chiaramente c’è il lavoro vero e proprio, quello che mi costringe a stare con gli occhi fissi sullo schermo tutto il giorno… E che semplicemente adoro.

Durante i miei anni universitari mi era stato consigliato caldamente di specializzarmi, di scegliere un ramo specifico che mi piacesse e di buttarmici a capofitto: medicina, biologia, chimica, turismo, letteratura, poesia, e chi più ne ha più ne metta. Mi erano entrate strane voglie di iniziare un master, spendere i miei 2, 3, forse 4 mila euro di immatricolazione, ritrovandomi poi nello stesso punto di partenza, in quella stramaledettissima fase in cui ognuno di noi deve dire: bene, adesso è davvero giunta l’ora di iniziare. Tanto prima o poi bisogna pur fare il passo, no? E allora perché aspettare.

Non dico che iscriversi a un corso post-laurea sia negativo, fa sempre bene continuare la nostra specializzazione e aggiornarci costantemente, ma personalmente non ne potevo più di libri da studiare e corsi da seguire; avevo voglia di vedere realmente che aria tirava nell’ambiente traduttologico italiano (e internazionale, ovviamente). Perciò, senza infiocchettare troppo il mio curriculum e senza dichiarare false specializzazioni nel mio profilo professionale, mi sono lanciata.

Dopo non troppi mesi sono riuscita a specializzarmi e a toccare un’infinità di testi diversi, appartenenti ai più svariati ambiti; alcuni estremamente noiosi (e aiutatemi a dire noiosi), altri stimolanti e creativi.

Ho dovuto ri-scrivere articoli di riviste di moda, informazioni turistiche di luoghi incredibili, sono dovuta diventare un’appassionata di carte collezionabili virtuali immedesimandomi in affascinanti personaggi fantasy, ho dovuto redigere descrizioni di prodotti estremamente tecnici e di altri più dozzinali, ho dovuto tradurre menu di ristoranti che mi hanno fatto venire una voglia incredibile di prendere un aereo e di andare ad assaggiare le pietanze descritte di persona, sono dovuta diventare una piccola creatrice di apparecchi ortodontici, spiegando ai veri professionisti il loro lavoro, mi sono dovuta appassionare all’acquariologia, ho dovuto correggere e riscrivere traduzioni, e ricevere correzioni di altrettante mie traduzioni, oltre a fare innumerevoli test per nuove agenzie e mettermi a lavorare anche alle 11 di sera per non dire (quasi) mai di no ai miei migliori clienti.

…Credete ancora che questo lavoro sia un semplice lavoro casalingo, solitario e anche piuttosto monotono? Spero di avervi convinto del contrario.

Chiaramente non sono tutte rose e fiori, ho avuto anch’io i miei momenti in cui il mio unico desiderio era quello di prendere il mio amatissimo computer portatile e scaraventarlo fuori dalla finestra, proprio nei casi in cui ti ritrovi a sentirti così:

10846014_603969496370044_7818958912762779892_n

Ho anche pianto per un’ora, una sera. Ero andata nel pallone e mi ero completamente immobilizzata su un paragrafo di un testo lungo, difficile, specializzatissimo e con consegna tassativa per poche ore dopo. Guardavo le piccole parole illuminate sullo schermo e non capivo assolutamente niente di quello che volevano dire. Nulla. Zero assoluto. Erano lì, e avevo come la sensazione che si stessero prendendo gioco di me in un certo qual modo. Non vedevo via d’uscita, dovevo consegnare e non potevo di certo dire: “guarda, traduciti te questa frase da solo perché sai com’e, non ci capisco assolutamente un fico secco”. Non puoi fare così quando sei un traduttore professionista. L’unica soluzione? Staccarti dallo schermo, piangere un po’ se proprio devi, fare un bel respiro, prenderti cinque-dieci minuti di pausa, fare due coccole al cane, magari portarlo un po’ a spasso e ritornare nella fossa del leone non appena senti che la tua mente si è rigenerata un po’. Bè, in effetti questa tecnica a me funziona quasi sempre: non appena rimisi gli occhi sulla dannatissima frase, sentii letteralmente le campane suonare. E allora vai con le risate! E i salti! E gli abbracci alle persone accanto a te che magari avevi mandato a stendere dieci minuti prima! E vai avanti…

Un consiglio per cercare di affrontare al meglio situazioni simili?

1_11130224_657102621056731_2700854146975893598_n

Fortunatamente non tutti i progetti presentano queste particolari caratteristiche; la maggior parte delle volte riesco a finire bene la mia giornata lavorativa, senza correre il rischio di danneggiare la testa di nessun passante che cammini sotto la mia finestra con computer volanti. Ma prima di arrivare a quel punto è sempre meglio prendere le dovute precauzioni e, poco a poco, imparare a conoscersi.

La specializzazione in uno o due determinati campi specifici, che possono comunque limitare di gran lunga il nostro ventaglio di clienti all’inizio della carriera, non credo sia imprescindibile, anche se bisogna sempre porci dei limiti e non accettare qualsiasi cosa ci venga assegnata a occhi chiusi. Sappiamo che non possiamo superare le 2000 parole al giorno per un testo ultra-mega-superspecializzato di software aziendali dalla lingua inglese a quella italiana? Non possiamo di certo dire di sì a un progetto con consegna urgente per il giorno dopo. Sappiamo che possiamo superare quel numero di parole? Consideriamo sempre le ore necessarie per la revisione del nostro testo, che molto spesso superano quelle della traduzione e poi comunichiamo al cliente la nostra decisione. Personalmente il mio modus operandi è il seguente:

1. Lettura del testo originale (anche paragrafo per paragrafo)

2. Traduzione (che può andare da una media di 250 parole dei testi più complessi a un massimo di 600 parole all’ora per i testi più divulgativi e con un vocabolario non eccessivamente complicato o da me abbastanza conosciuto)

3. Revisione in parallelo (lettura del paragrafo nel testo sorgente e lettura della relativa traduzione in italiano, con eventuali correzioni nel caso di errori)

4. Revisione della traduzione (lettura del testo tradotto per controllare che non vi siano errori di stile, difficili da individuare durante la revisione in parallelo)

5. Ultima rilettura (nel caso in cui abbia modificato molto il testo tradotto durante la revisione della traduzione)

È chiaro quindi che il lavoro di traduzione vero e proprio è solamente uno di cinque passi assolutamente fondamentali, che non si possono saltare. Molto spesso mi ritrovo a correggere lavori di traduzione in cui il collega ha saltato perlomeno uno di questi cinque punti… e si vede. Purtroppo le recensioni finali non sono mai positive, e il problema che riscontro sempre è la mancanza di una rilettura finale per lucidare il testo affinché suoni come un documento italiano vero e proprio. E sapete in quali traduzioni riscontro prevalentemente questo problema? Nelle traduzioni in italiano dalla lingua spagnola.

Credo che molte persone si buttino a capofitto in questo mestiere, vendendosi come traduttori IT-ES, per il semplice fatto di sapere la lingua straniera, senza conoscere i metodi traduttologici che servono per riscrivere un testo in italiano dallo spagnolo. La lingua castigliana può essere una grandissima traditrice per noi traduttori, proprio perché è abbastanza simile alla nostra dal punto di vista del lessico, della struttura e della sintassi. Per questo motivo bisogna sempre ricordare di prestare un’estrema attenzione a come riscriviamo quello che il nostro cervello percepisce leggendo il testo originale. La contaminazione linguistica è deleteria e molto pericolosa quando abbiamo a che fare con due lingue che si somigliano tanto, poiché potrebbe realmente compromettere il nostro risultato. In questi casi quindi, il quarto e il quinto passo sono forse i più importanti di tutto il processo traduttologico, forse ancora di più della traduzione vera e propria. Sbagliare in questi punti, può far sì che il lettore finale non capisca assolutamente niente del testo meta.

Tuttavia, se abbiamo seguito degli ottimi corsi di laurea in traduzione, abbiamo un’esperienza fondata e pluriennale e adoriamo la lettura e la scrittura, non dovremmo riscontrare nessun tipo di problema durante il nostro lavoro.

Paura di lanciarsi e di iniziare? È un buon segno. Vuol dire che abbiamo un’innata professionalità e un’ottima deontologia.

Ma ricordatevi sempre che una volta lanciati nel mondo della traduzione (o dell’interpretariato) non esiste via di ritorno… Tuttavia:

11150521_657948397638820_1520142614472212620_n

Buon lavoro a tutti! 😀

Immagini: https://www.facebook.com/Lemonfieldtranslations

Few interesting tips for freelancers (not only translators)

Freelancers

I will not just translate o past and copy the interesting article I have just read in a motivational and helpful web site, simply reblogging some ideas which are not mine.

I will only give you a litte piece of advice: read it, if you are freelancers, and enjoy John Brandon’s tips.

😉

foto-1.jpg
6 Unconventional Ways to Be More Productive